

L’idea base di questo progetto era utilizzare non piante “nobili”, ma quelle che comunemente vengono chiamate “piante infestanti”. Piante pioniere che emergono dall’asfalto, dai bordi delle strade, che fratturano il cemento e crescono sui muri, irrompendo silenziose e tenaci. Queste piante mi affascinano per la loro straordinaria adattabilità e resilienza, una parola purtroppo abusata ma che, nel loro caso, incarna perfettamente il concetto. Persistono seguendo il loro incessante e perpetuo divenire, in un percorso codificato in milioni di anni di evoluzione e adattamento. Ci ricordano che non siamo i padroni di questo pianeta, bensì degli ospiti. La loro presenza in luoghi tanto ostili testimonia che esse esistevano prima di noi e che ci sopravviveranno. La loro voglia di vivere evoca l’idea di un’intelligenza collettiva di tutti gli esseri vegetali, che continua, nonostante noi, a perseguire e a ottimizzare la propria diffusione attraverso un incessante lavorio e adattamento, portando avanti una visione a lungo, lunghissimo termine. Sebbene questo tema sia già stato esplorato da altri, tuttavia condivido la mia visione, testimonianza e attenzione. Ho sradicato nove di queste piante, facendole morire nella ingenua speranza che il sacrificio di alcune potesse generare un beneficio, o quantomeno una rinnovata attenzione, per tutte le altre. Per identificarle e riconoscerle non è necessario avventurarsi lontano. Questi testimoni silenziosi sono vicini a noi; basta aprire il portone di casa e prestare attenzione. Da molti anni, uso tecniche di fotografia e stampa normalmente de- finite “alternative”. Per me, l’essenza della fotografia risiede nell’interazione tra luce e materia, a cui si aggiunge l’elemento tempo. Da questa premessa, ritengo che qualsiasi cosa che interagisca con luce e materia possa essere considerata fotografia. Dai lumen print ai fotogrammi, alla scanner camera, passando per la pelle e la clorofilla. Quando parlo di questo mio approccio alla fotografia, spesso osservo il sopracciglio alzarsi in segno di scetticismo nei miei interlocutori, cosa che in passato mi metteva in imbarazzo. Per questo motivo, ho iniziato a riferirmi a queste pratiche come “fotografia alternativa”. Amo queste tecniche perché richiedono l’uso delle mani, sono relativamente economiche, si avvalgono di pochi strumenti, producono risultati incerti ma sempre sorprendenti, pacificandomi con i miei momenti di frenesia e trasportandomi altrove. Da anni cerco nella stampa qualcosa che rispecchi le caratteristiche della fotografia alternativa: l’uso delle mani, il basso costo, l’indeterminatezza del risultato. Di qui l’uso della gelli print e del trasferimento da fotocopia. In passato ero reticente a mostrare i miei lavori, preoccupato dalla percezione che non fossero né vera fotografia né vera stampa. Oggi, però, do meno peso a questi dubbi e presento alcune delle mie opere realizzate con queste tecniche. Sono tutti pezzi unici come le piante che ho prelevato. Il progetto è stato esposto alla Galleria Comunale di Arte Moderna e Contemporanea di Arezzo

















































































































