Questa raccolta nasce dagli incontri. Persone conosciute in viaggio o in contesti diversi, che hanno accettato di entrare nel tempo lento della fotografia stenopeica — uno spazio sospeso, fatto di attesa e di presenza.
Quando fotografo qualcuno con il foro stenopeico, l’originale è suo. Quello che resta con me è una copia digitale: una traccia, non un possesso. Non considero questa serie un progetto, ma una pratica che attraversa il mio lavoro: ritrarre qualcuno significa entrare in uno scambio, poi lasciare andare l’immagine.
Per anni ho fatto fatica a separarmi dalle fotografie, a lasciarle andare. Con il tempo ho capito che regalare un’immagine non è una perdita, ma un gesto di fiducia, una forma di cura reciproca. La camera obscura/il foro stenopeico mi ha insegnato che trattenere non è prendersi cura. Ogni ritratto è segnato “#1” — non per esclusività, ma perché ogni incontro è irripetibile. Oggi donare la fotografia è parte dell’atto stesso di farla: un modo per restituire, per chiudere il cerchio dell’incontro.